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Diaspora e lingua, di Giovanni Dettori

Scrivere di cultura in Sardegna
Introduzione di Mario Cubeddu

Scrivere di cultura in Sardegna è non solo opportuno, ma necessario. Per tanti motivi. Per discutere e capire, ad esempio, le scelte culturali della Regione Sarda. Nel nostro caso sembra dire: non ci interessa che qualcuno lavori bene, l’importante è la facciata e la fedeltà politica. Ma se Cagliari razzola male, non per questo ci si deve arrendere. Per ciò che si deve a se stessi anzitutto, in sostanza per rispetto di ciò che si è e si è fatto. Bisogna scrivere di cultura perché chi dovrebbe farlo per mestiere non sempre lo fa, o non lo fa nel modo giusto. Il dibattito culturale in Sardegna è assente da anni. Succede di tutto e le uniche voci che si levano sono quelle di chi scrive sui quotidiani. Tutti, i quotidiani, ben lontani dall’imparzialità e dalla completezza dell’informazione. O dal porre all’attenzione e alla riflessione dei lettori i temi del giorno. Solo omaggi agli amici e ossequio ai poteri e alle debolezze culturali d’oltremare. Così da anni le alcuni tra le persone migliori non sfogliano neanche più i quotidiani locali. Fanno malissimo.

In questi anni sono nate alcune riviste di cultura, ad altre è stata data vita nuova. Esse non sono riuscite però ad avere il respiro ampio e vitale che consentisse una circolazione diffusa. Col rischio costante di limitarsi ad essere palestra per aspiranti accademici, nicchia di specialisti, angolo narcisista. Eppure la cultura è oggi fatto di grande diffusione che coinvolge la realtà sarda a tutti i livelli. Pensiamo solo alla tradizione popolare, alla sua importanza e all’uso che se ne è fatto e si continua a fare in questi anni. Mentre gli specialisti si occupano d’altro, continua un’opera di falsificazione e adulterazione a fini commerciali e di potere. Nel mese di luglio, in piena estate, sfilano per i turisti maschere carnevalesche mai esistite, create sulla base di testi poetici inventati. Tutto falso, la stagione, o luoghi, i corpi e le anime. Ma nessuno ha niente da dire. Per pretendere onestà e rispetto, almeno, se proprio non si riesce ad avere un po’ di buon gusto.

Eppure, se c’è una terra che ha bisogno di uno sguardo attento e costante sulla politica culturale, questa è la Sardegna. Dove la fortuna di una televisione privata come Videolina si è costruita essenzialmente sul notiziario regionale e su “Sardegna Canta”, una seguitissima trasmissione di canti e danze folcloristiche. Questa fortuna ha consentito al suo proprietario di un tempo di acquisire il maggiore quotidiano regionale conquistando un ruolo predominante nel sistema della comunicazione regionale. Con le conseguenze che vediamo oggi: messa al servizio di precisi interessi economici, l’impostazione di queste televisioni e di questi giornali condiziona oggi in profondità le scelte politiche dei sardi. Per questo occorre svegliarsi, parlare, scrivere, informare, dibattere. Noi apriamo alla discussione culturale questo spazio all’interno del sito di “Settembre dei poeti”. Cominciamo con un intervento di Giovanni Dettori dal titolo “Diaspora e lingua”. E’ un lavoro bello e appassionato che riassume un’esperienza culturale e artistica importante. Dalla campagna piemontese flagellata dalla grandine estiva Giovanni ci parla con una presenza e un’attenzione alle vicende culturali sarde di cui pochi di coloro che vivono e operano in Sardegna sono oggi capaci.

 

Per quel che riguarda la lingua, tu sei un bigotto. Per te la lingua è intoccabile. Detesti perfino quelli che “ci studiano sopra”.

Sei in lutto per loro, per le lingue moribonde, per gli animali moribondi, per la Terra moribonda.

Ancora è lì la cenere. Ancora non è dispersa. Ancora ne senti la levità. Ancora le assegni un presagio.
Elias Canetti

Una lingua morta presuppone un popolo distrutto.
Jean-Sylvain Bailly

 

Non confortano certo le rare lettere che da qualche amica o amico ancora ricevo. Né mi entusiasmano i ritagli di articoli comparsi da qualche anno a questa parte nella pagina “cultura”dei due quotidiani sardi. Scampoli che qualcuno ha la pazienza – chissà poi con quale fiducia – di sforbiciare e imbustare. Notizie oltre il mare. Premonizioni. Avvisaglie. “Da España não tem bom vento, não tem bom casamento”. Quale vento? Sarà questione di sensibilità esasperata, la mia: forse. Oppure di una vera e propria sindrome depressiva, nero su nero: neppure questo è da escludere. O ancora, e più probabilmente, di un “pernicioso” complesso di esclusione e abbandono: possibile anche questo. E tuttavia…

Tuttavia, dalle “cose” che ho potuto leggere, risentite e cipigliose, o vedere ascoltare e tastare nel mio ultimo viaggio, pare stia montando da noi, nei confronti di chi vive fuori, una sorta di marea di definitivi ostracismi. Una insofferente voglia di ulteriori contrapposizioni: tra coloro che sono rimasti e coloro che, per una ragione o per l’altra, se ne sono andati. Tra coloro che, presumendo di salvarla, hanno deciso di scrivere in limba e coloro che, non condividendo questa scelta, hanno continuato a scrivere in italiota. Tra coloro che tutt’a un tratto si sono riscoperti in quanto etnìa e identità, popolo e natziòne, e coloro che – kanes kene preógliu – si sobbarcano la “bolla” di apolidi, di senza terra, di rinnegati.

Tendo, forse più del dovuto, all’iperbole. E probabilmente le cose non stanno proprio così, la situazione non è esattamente questa, o non è ancora arrivata a questo punto di “confusione delle lingue” e rottura. Non mancano schiarite e sgrùmi. Eppure, non mi pare si sia ancora del tutto fuori dal grùmo di chiusure che si va pietrificando.

Não me podia a Sorte dar guarida / por não ser eu dos seus

 

L’amico lontano, sempre più lontano, da vent’anni ancora mi scrive di “radici”. Di lingua sarda e di nazione sarda. Di identità e di etnia. Mi fa discendere ora dai caldéi, ora dai micenei. Nella memoria delle cellule e del sangue, conserverei ancora altopiani anatolici e caucasici. Mi racconta di peculiarità somatiche, di apertura buccale, di chiostra dentaria, di riso sardònico. Riesce a farmi smarrire per labirinti megalitici, per doline e caverne piantandomi in asso a sbrogliarmela come posso. Mi fruga nell’anima facendone emergere alla luce Ercole e Iolao, le vischiose ragnatele della leggenda e del mito tra le quali mi impiglio senza scampo: mosca paralizzata nell’attesa del ragno. E a chiusura di ogni lettera, l’amico lontano, soprattutto mi sollecita, “vuole” che scriva anche io nella nostra lingua. Con la preoccupata raccomandazione di sempre, a monte della firma: cura ut valeas!

Quanto a lui, suona strano che continui a scrivermi, se non proprio nella lingua dell’Arno, in un gergo composito che, di lontano, grossomodo le assomiglia. Perché no: potrei anche dispormi a scrivere come lui desidera. In limba. La so. Come so bene anche l’altra, quella dell’invasore, adottiva e adottata, duramente appresa lungo gli anni. So anche questa, la mia lingua “seconda”: e non mi invade né mi fa sentire colonizzato e invaso. Perché quante lingue conosce un uomo, tante volte è uomo. Perché nel gioco sempre assurdo e a volte atroce della storia sono stato di volta in volta fenicio e cartaginese, latino e vandalo, arabo e spagnolo. E sempre per questo “gioco di dadi”, come avrei potuto essere anglofono o francofono, un bel giorno, sempre a caso, mi sono ritrovato ad essere un sardo “anche” italiota e italofono . E ha il suo peso, la Storia. Quanti uomini e volti, a ritroso nel tempo, dovremmo da quel che siamo oggi, dal nostro volto di oggi raschiare. Quanti innesti, quante lingue tagliare…

Perché nell’apprendere una lingua non è tanto o soltanto questione di parole che si imparano, quanto di altri uomini e altri mondi che si conoscono. Altre anime. Culture. Universi. E possedere – o essere posseduti – diverse lingue e leggerle e saperle scrivere e parlare, è un modo, il solo modo forse, per liberarsi dalle limitatezze municipali, dai regionalismi di maniera che ci trasciniamo dietro.

Volendo, ma non ne vedo la “necessità”, potrei scrivere in limba: anche io. E bene. Scrivere nella lingua di Bitti, il borgo dove sono nato. Abbandonarmi per un momento alle sollecitazioni dell’amico che sempre deludo e attaccare. t’happo a mannàre sa kanthòne méa / kantàmus su ki si pérdet in sa vida…

Non sarebbe improbabile che questo distico riesca a farlo felice. Persuaderlo che tutti i suoi tentativi, la sua insistenza, la forza persuasiva delle sue parole, alla fine, non sono stati vani. O almeno, a placarlo per un momento. Magari a darmi tregua. Di certo, avrò dannato la mia anima a circoscriversi in un imbuto di colline e non uscirne. Avrò scritto in limba, per il mio borgo e la mia generazione: ma per chi altri?.. Se i miei stessi nipoti, oggi, non comprendono la lingua che parlo o stentano a tenermi dietro costretti a de-codificare.

La mia generazione, quasi giunta all’olio santo, non lascerà traccia di una lingua destinata a dissolversi con essa. A chi rivolgermi, allora? Se, complicando una frattura comunicativa così evidente, dovessi passare dalla lingua parlata a una ipotetica lingua scritta, ben che vada, scriverei in una lingua che ho conosciuto, e sa la mia generazione, per una generazione oggi pressoché americanizza che né l’ha conosciuta né la sa e malamente la parla.

Scriverei nella lingua di un determinato tempo, di un determinato spazio, di un determinato “mondo” pre-mediatico: per quanto di residuale ancora ne sopravviva. Quella lingua morirà con noi. Non più avvilita e straziata, riposerà con noi. Scriverei nella lingua di una generazione al “terminus”: pre-finestre al silicio, pre-facebook, pre-blogger. Come dire, quasi tutto di oggi. Quella lingua se ne andrà con noi. Cesserà di parlare con noi.

Il “dopo” che sopraggiunge è già oggi la melassa, il pasticciato, l’informe.

 

La lingua sarda, ancora in epoca pre-antenna, non era spenta del tutto. Per quanto già vistosamente metèccia. Si accesero gli schermi e la parola si spense. Morì veloce, nel respiro di trent’anni. Già corrosa a partire dai centri urbani poi giù allo stazzo più sperduto, si è finito coll’intonarle il deprofundis, seppellirla e dimenticarla: non la parlavamo già più con i nostri figli. Abbandonata dentro casa, ammutolita in famiglia, intrappolata tra l’italiano approssimativo e sfatto dei media, le frasi fatte degli spot pubblicitari, gli americanismi d’accatto, non avrebbe potuto sopravvivere se non come bieco mistilinguismo, come gergo depauperato. E, diversamente, come memoria tenacemente conservativa nelle migrazioni e nelle diaspore.

Ricca, espressiva e precisa ancora ieri, adeguata alla concretezza stessa del mondo agro-pastorale che traduceva, s’è fatta via via generica, astratta e pigra. Lessicalmente vicaria di una lingua italiana da tribune politiche ed empori, si riduce sovente a premettere articoli o far seguire desinenze dialettali a nomi e lemmi nati in altri linguaggi e sotto altri cieli. S’è fatta povera, mendìca. E depauperamento e appiattimento lessicale non sono che il primo sintomo di una lingua che muore. Ben che vada, il suo ingresso in una fase puramente difensiva. Vale a dire: nella sua fase di totale decadenza. Basterebbe, su questo, rileggersi “Il dialetto” di Italo Calvino nel suo Eremita a Parigi.

Parliamo oggi una lingua presunta: derivativa, contaminata, commista. Che non elabora e reinventa. Ma passivamente traspone. Dunque, soltanto apparentemente dinamica e sostanzialmente statica. E la scriviamo ancora peggio: quasi come atto di fede, come imperativo morale. Quasi a indurre sensi di colpa in chi non si conforma, a biasimare miscredenze e dissenso. In realtà, con un occhio sempre vigile ai “contributi” della Legge regionale n. 26 sulla valorizzazione della lingua: per decreto?, per legge?… Incalcolabili le mistificazioni e i danni.

Parliamo una lingua con le radici marce: dico del presente, è ovvio, non di prima del diluvio. Un presente, pare anche, di riabilitazioni e recuperi post mortem. Disseppellendo e ri-proponendo – ma “criticamente”, si dichiara – poeti in limba ormai freddi, fatti polvere muta da anni: a pústis mortos, komunikàtos! E nondimeno, andrebbe bene anche così. Va bene anche così: ci si renderà conto se non altro, leggendoli, questi nostri poeti in limba, del baratro linguistico che ci ha inghiottito e separato allontanandoci da loro a partire dall’ultima metà dello scorso secolo. Dovunque anche nel Nuorèse, nelle cosiddette impenetrabili impermeabili Barbagie. Cuore pulsante di ogni resistenza al nulla.

Così, tanto per far gemere l’udito: ampúlla, naufraga sopravvissuta al latino, si è corrotta in buttíglia, come lántia si è spenta nella luce sulfureo-industriale di lampióne. E la sempre latinissima bértula fagocitata e sfatta in sa bisaccia di qualsivoglia stracciaro apprendista di colorazioni acriliche… E via, così, sconfortando.

Avete orecchie…avete occhi? Ah! Avete occhi? – ululava Amleto alla reginamàdre… Ma parrebbe sia sufficiente, per l’oralità dei muti, premettere gli articoli determinativi “su/sa” ad ogni abominio lessicale perché la nostra integrità sia salvaguardata .

E la lingua salvata

“…Pensa che una volta, in una classe di studenti liceali cagliaritani, ho contrabbandato alcune battute del mio dialetto del Capo di Sopra come versi di un poeta turco, senza che nessuno si accorgesse che questo ipotetico Hikmet scriveva in logudorese!” [Placido Cerchi, Appunti per una fenomenologia dello sfacelo, Edes, 1991, pg.102].

Siamo al capolinea, algarabisti della “Legge ventisei”. Fine della corsa. Qui si scende…

 

Ma è proprio questo, il punto di principio, che non si vuole o si fa finta di non capire. E cioè che una lingua non trasmette soltanto lemmi e parole rabberciate alla rinfusa. Trasmette sentimenti e sensazioni. Trasmette emozioni. Trasmette “anima”. E possiede di per se stessa un corpo sacro, sensibile e animato, uno con la vita, radicato nella vita. Non nelle scolastiche. Ancora meno nelle ingegnerie. Un corpo che, per essere con-preso, pretende ed esige non meno della vita stessa. Come esige e pretende il materno dalla prima all’ultima sillaba. Cordone che si fa cultura. Temo tuttavia che, da tempo, la cera abbia finito col dimenticare il suo sigillo.

Abbiamo – abbiamo avuto? – una lingua sarda bellissima che oggi ci viene riscodellata nella indigesta “olla podrida” della Limba sarda comuna, approntata da cucinieri forse non di fine palato. E la nostra lingua è – era? – bellissima giusto nelle e per le sue sorprendenti variazioni, le sue sfumature, le sue modulazioni. Non c’è paese che disti appena qualche chilometro dall’altro, che non abbia e parli la “sua” particolare lingua. Così come ha un “suo” inconfondibile costume. Sarebbe pensabile, e credibile, un Costúmene sardu comunu? Certamente: sarti e stilisti non ci mancano.

Figurarsi appena una festa di Sant’Efisio o una sagra del Redentore, o una cavalcata di Sassari dove sfilasse una processionaria indistinta di costumi, tutta uguale colori ori argenti corsetti trine e mukkadóres… Imbracati e costretti tutti e tutte nella comune uni-forme… Si sarebbe capaci anche di questo. Anche di peggio.

La lingua sarda, oggi: non una multi-lingua, un innesto vivo, ma una collosa melassa. Inghiotte passiva detriti accidentali e vi si chiude. Bágna speziata e saporosa una volta, col tempo irranciditasi in corrosivo súgu di pelàtos linguistici in contenitori di plastica per palati da ulcerosi, gastriti croniche da fish & chips. Una lingua che non sia più in grado, oggi, di inventare nemmeno una metafora, un aforisma, unu dícciu, unu dittàtu, una sola “voce” da regalare agli altri, incapace di un appena passabile idiomatismo, è soltanto un relitto di se stessa. Sopravvivenza stentata. Forno che si spegne. Tornarvi, come l’amico mi esortava, mi è praticamente impossibile. Scriverla vietato. Se non per qualche “satura” d’occasione.

Per quanto, se capita e tutte le volte che capita, non perda mai l’occasione – la solleciti, anzi, e la cerchi – di parlarla una volta ancora, ancora una volta prima di andarmene. Di commerciarla con i miei amici. Con tutto il gusto e i sapori di una volta. Perché già a un salto di generazione essa è diventata, diventa via via sempre più impraticabile. Sono in lutto per essa. Per questo ancora la rimpiango: gusto di terra masticata e raspo di gutturali in gola, sentore di fresco e calure, concretezza tattile quasi prensile degli oggetti, delle cose che nomina… Sottigliezza di ironie irresistibili, o urto della stoccata di un sarcasmo: lampo in pieno sole. Capacità forse mai sondata di emozioni.

Lingua appresa in casa. Commerciata per vicoli nei giorni: dal saluto rituale dell’incontro – Eh, issínne!… Eh, ghirànne! – alla confidenza più segreta. Appresa dalla vita: quale scuola, grammatica o legge potrà mai restituirle il respiro.

Mai più “quella”. Non più la “mia”.

 

Degradata col degradarsi del mondo che le faceva da supporto, la parola, il “verbo” si spegneva assieme alla rottamazione degli oggetti d’uso, della cultura materiale. Seppellita con la morte di una comunità e di una oiko-nomìa ancora ieri non indotta, ancora ieri capace di bastare a se stessa. Bisogni naturali e necessari ora dilatati a dismisura nell’inutile e nel superfluo dallo scatenarsi forsennato di una “crescita” deforme e nana, di uno sviluppo-senza-progresso. Della sua cieca accettazione. I nomi sono corrispondenze delle cose: nomina perdimus rerum…Abbiamo perduto anche il nome delle cose.

Di questa “non-lingua” si potrebbe dire oggi quel che Huysmans, in A rebours, faceva dire a Des Esseintes della lingua tardo latina del quinto secolo:

…completamente putrefatta, essa penzola perdendo ogni giorno un pezzo dopo l’altro, colando marcia.

Inarrestabile, la fine della civiltà del villaggio ha scandito anche l’ora di chiusura per una lingua che, per isole linguistiche, ancora sempre meno parliamo. Che mai cessiamo di rimpiangere, mai cessiamo di amare. E che, sempre, nel nostro arcipelago “municipale”, ci siamo quasi rifiutati di comprendere e accettare, chiudendoci nelle nostre supponenti e risibili “supremazie”. Contrapponendo varianti a una unitarietà di base: il logudorése al barbaricino al campidanése . Spocchiosamente appartenendo per isolare, escludere, serrare. Isole linguistiche nell’Isola.

Límbas serràdas a múru!

Negli anni, la globalizzazione culturale ha finito con l’innescare una perdita di qualsiasi specificità o differenza, o varianza. Corrodendo e vanificando infine anche quella nostra quasi metafisica “identità” alla quale come a un relitto di naufragi ci aggrappiamo. Quel “noi” – nóis átteros – oggi soltanto retorico. Noi chi. Noi rispetto a chi. Noi diversi da chi…

Da diversi anni in Sardegna si discute e ci si schianta su domande e risposte piuttosto impegnative, quali “radici”, “identità”, “appartenenza”. Spesso con chiusure regionalistiche e/o velleitarismi indipendentisti, tra il sinistro e il farsesco… Con suoni di bordone e salmodie di gloria al tre percento.

Ma una coscienza identitaria esasperata non può che approdare in chiusure al diverso, all’”altro” che non ci somiglia. Ne sanguina il mondo. Non si rischia di regredire a/verso una sorta di neo-tribalismo?…

Non sarebbe appena savio mutare il segno di queste domande, che sembrerebbero del tutto naturali ma finiscono con l’essere piuttosto micidiali… Insomma, non sarebbe meno “ideologico” chiederci non “da dove veniamo” – popoli del mare, Shardana, Atlantide, Micenei, Etruschi eccetera, cercando ed elemosinando ridicoli blasoni e araldiche nobiliari -, ma piuttosto, più concreta-mente, “chi siamo e quale è il senso del nostro essere qui e adesso”?…

Diffidare di ogni appartenenza che esclude, sia essa etnica religiosa politica culturale ecc., e che non da oggi ha fatto della terra un mattatoio?

Diffidare della stessa parola “radici”, per il semplice fatto che non siamo creature fissate alla terra come alberi bensì, come cantava Franco Scataglini nel suo “El Sol”,

le creature stanate
dal ventre de le madri
straniate, come i padri”

Eravamo, in origine, “sardi”: per quanto ancora oggi nessuno sappia dire esattamente chi fossimo. Così, di volta in volta, lusingando un malinteso “patriottismo”, un trascorso “nobile”, ci siamo identificati con un mitico “popolo del mare”: e neppure questo è certo. Del quale mare, nei millenni, il nostro codice genetico, la nostra memoria cellulare sigillò soltanto distanza e paure. E tuttavia, il fatto che una simile mitopoiesi periodicamente si riproponga, in Sardegna come altrove, non ha nulla di sorprendente.

Come scrive Pierre Vidal-Naquet – Atlantide. Breve storia di un mito -, che tale ritorno a un lontano passato prenda forma di un adattamento del mito, o di più miti, non dovrebbe stupire: “in mancanza di un mito autoctono o in concorrenza con quello, si può facilmente prevedere un mito d’importazione e di reazione”.

Inesorabile la caduta nel Tempo: dal mito alla storia. Dal rimpianto al pianto. Dal sogno all’orrore. Di volta in volta, nel tempo, siamo fenici e cartaginesi, appena di striscio anche greci: traffici e scambi conoscono le loro leggi, percorrono le loro strade, incrociano le nostre. Cosi, successivamente, siamo romani e goti, bizantini e arabi, genovesi e pisani. Finché un giorno ci sorprendiamo a parlare per quattro lunghi secoli un surrogato della lingua di Cervantes.

Poi parteggiammo… per l’Austria e con i buoni uffici della flotta inglese siamo felicemente akkometàdos agli Asburgo per una breve stagione: 1713-1717.

Giocati infine ai dadi, nei mercati della storia, come merce di scambio e barattati… A partire dal XVIII secolo, per accidente o caso ci siamo ritrovati a “italianizzare” la nostra lingua. Ma, sempre per lo stesso accidente, potevamo ben ritrovarci, oggi, a fare i conti con una non diversa mistura di sardo-francese oppure sardo-inglese.

Fu la vendita all’asta con un trattatello da nulla a decidere la “sorte”: l’Aia, 1720…

E siamo qui: fortunoso precipitato di malincontri

 

Potrebbe accadere ai sardi “residenti/resistenti”quanto ai maòri è accaduto in Nuova Zelanda, e ad altri altrove: la riduzione – forzosa prima e infine accettata – agli abbrutimenti dell’identico? Erano guerrieri, una volta: Once where Warriors”. Lo siamo stati anche noi: forse… Quasi a farcene persuasi e confermarlo a noi stessi, con tedeum di ringraziamento celebriamo ogni anno un lontano 28 aprile del 1794 come “festa nazionale”: di breve giorno e opaca luce.

Evochiamo vittorie di breve durata, ma siamo ben attenti a esorcizzare e rimuovere quasi con lo stesso impegno sconfitte e massacri epocali: dal mattatoio di Cornus – 215 a.C.: nostro “duce” il cartaginese, Ampsicora – , a “sa Batalla de Seddóri” - 1409 d.C.: nostro “duce” questa volta il francese Guglielmo di Narbona, nientemeno zuighe arborense! . Per ricordarne appena due. Ben altro “dugòne” ci siamo appena scelti, all’alba del terzo millennio, in vista di una rinascente republica sardisca, o naciò sardesca che vorrà essere.

Dunque, eravamo guerrieri. Né le mattanze delle guerre sovente combattute per conto terzi – tra cartaginesi e romani, per noi non era granché la differenza: gabelle e carne da macello per entrambi -, né oggi le meno cruente battaglie politiche, ci insegnarono mai a prendere coscienza di quello che siamo, liberandoci dall’immagine piuttosto “barrósa”che continuiamo a costruire di noi stessi.

Quasi coazione a ri-peterci a ogni stormire di fronda, a ogni ritornare fievole di fiamma, che “un tempo” che un “allora” siamo stati sardi in lotta per la liberazione della patria. Siamo stati la “nazione sarda”. Che però mai, né ieri né oggi, poté mai liberarci da noi stessi. Dalla nostra impotente supponenza. Dal nostra micidiale vocazione all’ autolesionismo.

Giovanni Maria Angioy venne liquidato dai suoi stessi “patrioti sardi”: la lotta antifeudale andava sicuramente bene, sicuramente era doverosa e sacra: sì, purché la si facesse altrove. Non gli restò che andarsene a morire in esilio.

Ci piace ricordare, talvolta, anche quell’evento: declamare in canto, seriosi e compunti, Barónes sa tirannía. E tutto finisce lì. Gabelle e manette riusciamo sempre a imporcele da soli. Anche cantando e ballando, magari. E mai riuscendo a viverci per davvero come un “noi”. E non è improbabile che una compiuta omologazione a venire, perfetta, alla scala planetaria, finirà col livellare sempre più ogni sonnambula e residuale differenza specifica.

I sintomi non mancano

Viceversa, potrebbe anche accadere ai “sardi della diaspora” quanto al fotografo di guerra Aleksàndar accade in “Prima della pioggia”, un film macedone del 1994? Scoprire al suo ritorno in Macedonia il paese mutato, i parenti e gli amici sempre più separati e divisi da incomprensioni e rancori. Che esplodono in una sorta di egoismo collettivo generato da conati di nazionalismo. La sua gente contrapposta in una contesa sanguinosa senza fine. Aggressività in incubazione ovunque… Al punto che Aleksàndar si lascia uccidere quasi per reazione e sfida alla sua stessa gente, mentre cerca di proteggere una ragazzina albanese in fuga, spaurita e ferita come un piccolo animale…

Una coscienza identitaria così esasperata a che ad altro potrebbe condurre se non alla chiusura al diverso, all’altro da noi e che più non ci somiglia? Ci sarebbe da temerlo anche da noi, se non oggi ancora. O, per qualche avvisaglia sinistra, già oggi?

E ancora: potrebbe ripetersi, per il “viaggiatore-di-ritorno” l’epilogo di quella fulminante favola di Stevenson, “Il cittadino e il viaggiatore”?… Sette righe appena: “seppellirono il viaggiatore al tramonto”.

Tanto è stato rassicurante ancora ieri vivere in un “piccolo mondo” conosciuto, quanto è sconvolgente, oggi, e vero guaio, per chi ritorna, avanzare o suggerire dubbi, voler vedere, cercare di comprendere, sollecitare un confronto … Guai a voler disseppellire la parola sepolta. Permettersi appena di ventilare che, forse – come nel racconto di Stevenson – il mercato del paese non è proprio il più grande del mondo e, probabilmente, neppure il migliore… E che sicuramente è buona e degna cosa essere fieri dei paesaggi del proprio paese, se non anche degli uomini che lo devastano. Ma è altrettanto importante ammettere che esistono cose altrettanto belle, e persino più belle, anche altrove…

Seppellirono lo straniero al tramonto

 

Sogno di malattia, l’idea nazionale si illude che rivendicare separazioni territorio lingua gruppo sanguigno identità eccetera, sia anche “possederle”. Né sa, questo sogno di corta vista, di non avere mai perduto sia nel proprio luogo, come soprattutto fuori del proprio luogo, quanto fu tolto.

Un bronzetto nuragico svenduto dal Cara, una sola scheggia di ossidiana del Sulcis potranno pure essere invetrinati al British Museum o altrove… E tuttavia, ossidiana e bronzo mai si sono mossi dalle nostre torri del silenzio. Dalle nostre torri dell’assenza.

Non reca salvezza la nostra idea nazionalitaria di piccola patria. Né reca unità: con tutti i fuochi d’artificio del 28 aprile. Le ceneri che lo precedettero e lo seguirono. Né unità né salvezza: a nessuno, per nessuno.

Al British o altrove nel mondo possiamo star certi di ritrovarci. Alla fonte disseccata di “su Tempiésu”, al pozzo sacro di Santa Cristina insozzato da plastiche e lattine di birra, ai silenzi devastati dalla rombante gazzarra dei nostri centauri con le loro portatili a tutto decibel, il sale delle lacrime basta appena a se stesso…

“Coches no, motos fuera / el Albaicin es una cochera!”: sopra un muro di Granada, anni addietro, questo…

Resta, oggi, da augurarsi appena che appresso a questioni di radici identità etnia e gruppi sanguigni – né Celti, né Greci!… – non vengano fuori anche rivendicazioni di razza. Erigendo muri e separazioni insensate. Sono, forse, eccessivamente pessimista. E per quanto gli ottimisti siano quelli che sempre sperano, ma … a carico degli altri, forse qualche speranza rimane:

che l’insensatezza si arresti
che la furia autodistruttiva come vento cada

 

L’abbandono dell’Isola non è stato un impoverimento, per noi: svanire della lingua, perdita dell’anima, sradicamento. Lingua e anima ci sono venute appresso, sono state la base su cui costruire ogni altra esperienza culturale. Nell’incontro con l’”altro”. Oggi, non sentiamo di appartenere a una cultura precisa, a un luogo determinato: una patria, un confine, una bandiera. Si potrebbe vivere e lavorare ovunque…

E’ una maledizione e tuttavia, allo stesso tempo, una fortuna essere cresciuto in una società come quella sarda. Anche se oggi si vive fuori, altrove, non ci si sbarazza né di queste origini né dei “riti di passaggio” che tali origini hanno comportato.

Sarebbe tuttavia insensato voltarsi indietro e tornare a una chimerica e presunta “comunità dei nuraghi” per affermare le proprie piccole e risibile differenze. Confondere e scambiare un’ideologia con una identità.

Non si ritorna mai impunemente a Itaca. Non si ritorna impunemente quando ci si sia fatti persuasi che Itaca è sempre e dovunque “in nessun posto”. Isola che ogni uomo che parta e si allontani si porta dietro, si porta dentro. Inseguito dovunque, mentre egli stesso cerca e tenta di raggiungerla. Dovunque vai, l’Isola ti segue…

Quando vi si faccia ritorno, negli anni, si sbriga quel che vi si ha da fare: la visita al vecchio cimitero dove si sfiniscono le ossa dei “mazóres”, ora deturpato dalla spocchia dei marmi – ancora arroganti persino con la morte i vivi in lista d’attesa -, il giro dei parenti e degli amici sempre contrapposti in contese senza fine… Li ritrovi al punto che li hai lasciati. In più adesso hanno macchine fastose per spostarsi da casa al tzilléri. Guardata dall’alto della circonvallazione, la piazza circolare è un sacro ostensorio, con le macchine a raggiera.

Si riparte all’alba: per altri dovunque e altri nessun-posto. Evitando il rischio che una tacita complicità possa risorgere, restandovi intrappolati e sepolti: come il viaggiatore di Stevenson, ancora prima del tramonto. Come il reporter macedone Aleksàndar, ancora prima della pioggia.

“Siamo tutti perseguitati dalle nostre origini. I sentimenti che mi ispirano le mie, inevitabilmente si traducono in termini negativi. Nel linguaggio dell’umiliazione assunta e proclamata. Dell’assenso alla catastrofe, al disastro. Visto il nostro destino, un patriottismo del genere mi sembra l’unico ragionevole patriottismo” [ Cioran-Noica, L’amico lontano ].

Patria, allora, è soltanto un accampamento nel deserto. Una vena nella sete. Una sorgente d’acqua sognata nella notte.

Eppure…: l’anima sa molto bene, per quanto finga spesso di dimenticarlo, molto bene sa che deve rendere conto alla terra dei padri. Non dico “patria” per questo. Ancora meno dico radice, identità, etnia, razza, nazione. Dico semplicemente terra dei padri. Perché la terra dei padri è qualcosa di ben più profondo. Di più taciturno e schivo. Silenzio riservato e vivo: fatto di antichissime ossa triturate…

Itaca, allora, cessa di esistere: che tu sia lodato, Ulisse schiantapatrie! Esiste solo il mare. Esiste solo il viaggio senza ritorno e senza approdo.

E una barchetta da nulla, un guscio di noce alle derive come il corpo e l’anima dell’uomo. Barchetta da nulla e nessun peso verso una terra mai raggiunta:

dove uno è il dirsi salve e il dirsi addio.

 

La “fenomenologia dello sfacelo”, di cui parla Cherchi, ha comportato soltanto variazioni nell’identico. In peggio. Da tempo la cera ha dimenticato il suo sigillo: le vecchie “differenze” attendevano ormai soltanto che suonasse l’ora del mercato, per una loro mutazione in valore di consumo.

E’ quanto abbiamo visto accadere anche per il canto a tenóres sul finire del secolo scorso. Col sorgere qua e là nei paesi dell’interno prima – ciuffi ancora stentati -, e proliferare quasi in ognidove, dopo, di vere e proprie “scuole” di tenóres e ballo. Così che quanto prima si apprendeva dalla vita dentro vicoli e tzilléris, tra mórre e strúmpe, feste semipagane e mietiture, a partire da quegli anni si prese a insegnarlo in “scuole” piuttosto seriose. Fu la stessa sorte della lingua: cessando di parlarla in casa, si decise – per legge! – che la si doveva rimasticare malamente a scuola.

Si voleva distruggere una lingua e un’arte? Non era difficile: bastava farne una “scuola”. Qualcuno, più d’uno, ci avrebbe campato. Lo sponsor politico di turno guadagnato in voti… E fu la “World Music” per il canto e il pandemonio degli “specialisti” per la limba.

Nel frattempo, l’industria turistica ci era andata triturando e divorando con la smeraldizzazione dell’intera Isola: “opus mirabilis” senza eguali, felicemente portato oggi quasi a compimento col corrodere, dopo aver devastato le coste, gli stessi paesi dell’interno. Restavano da smantellare anime e coscienze. L’ora della merce e del mercato avrebbe provveduto anche a questo.

Coincideva magnificamente, il tutto, con l’inarrestabile svuotamento della “fratilésa” e della “ghermanía” in quanto amicizia, solidarietà comunitaria di vicinato, che ripiegava in atteggiamenti e forme di estraneità per l’altro.

Il senso di appartenenza, la coscienza del “noi”, andava ri-declinandosi secondo le categorie di un verboso nazionalitarismo – Sardígna natzione! -, in termini di etnia e presunte blasonate origini. Per farla breve, rifaceva capolino un velleitario indipendentismo, o separatismo, come affrancamento dal “colonialismo” dello Stato unitario continentale e rivendicazione di mitici trascorsi di libertà isolane.

“Sub limine”, e di pari passo, l’addomesticamento lavorava alla grande proponendo un modello di vita – certo non male accolto… – sempre più carnevalizzata e priva di senso. Con tutto un corteggio di effetti devastanti sul tessuto della precedente vita comunitaria come sulle tradizionali forme di solidarietà. E addio “selvaggi”…

Quasi siderale la distanza dai “viaggi in Sardegna” improntati a curiosità e discrezione di Lawrence e Jünger. Adesso era tutto uno svaccare stagionale di pellegrini-del-nulla per ognidòve fosse spiaggia, o pastoralismo e murales.

Chiunque abbia avuto la buona o la mala sorte – a seconda – di nascere prima che tutto questo sfacelo avesse inizio, questa decomposta allegoria di sconquassi ecologici e umani che sembrerebbero non consentire riscatto, non può altro che sentirsi “straniero” in una terra che più non gli appartiene: se mai gli sia appartenuta. Che più non ri-conosce e dove egli stesso non vi è a sua volta ri-conosciuto se non come ospite che paga. Come turista di passo.

Ma se i non molti, i “resti”, i residenti ancora svegli sono oggi ridotti a sentirsi e viversi alla stregua di “apolidi in casa propria”, gli altri – i disterrati i transfughi i viaggiatori senza meta – hanno conosciuto se non altro la buona sorte aggiuntiva dell’apolide tanto in casa quanto fuori. Sangue straniero a se stesso: se ogni ritorno, per lui, è un’ulteriore e sofferta seconda migrazione.

Entre nuestras dos sangres
algo que aparta, algo
que aleja, impide, ciega,
succede palmo a palmo

Accade oggi in Sardegna quanto ad altri è altrove accadeva prima che a noi, con qualche secolo di anticipo. Basta appena pensare a un’altra isola, all’Irlanda di Yeats. E, per associazioni, alle polemiche furibonde, ai rancori, nella Young Ireland come nella Irish Literary Society. Due movimenti dentro i quali “le opinioni legavano – e separavano – gli uomini come una sorta di vischio, senza alcun rapporto con le loro inclinazioni e i loro gusti naturali” (W.B. Yets, Autobiographies).

A questi rancori, a queste “zuffe”, si trattava allora e si tratta ancora di opporsi: ieri come oggi, là come da noi. Di non arrendersi alla tentazione invalsa da tempo di creare senza fatica, arginando un irresponsabile modo di scrivere. Contrabbandando come letteratura sarda qualsiasi abominio purché scritto in limba, senza molte riserve, né cautele né soverchie distinzioni. Significherebbe soltanto continuare nell’inganno: di se stessi prima che degli altri…

La poesia, in Sardegna, è stata sempre molto importante: almeno per quanti la scrivono e dai palchi la cantano. E’ sempre stata importante, quasi una vocazione, anche per quegli “invasati” che nelle stazioni dei postàli, nelle fiere, nelle feste la diffondevano. Gridandola dal fondo delle loro valigette di cartone: kanthónes sárdaaas!… poesías béllaaas!

Quell’invasato non ha trovato eredi “sardi”, in paese, ai quali lasciare come legato testamentario la sua valigetta. A gridarla nelle nostre piazze , ora, è un ragazzo… senegalese: suo e nostro “testimone”. I giovani baléntes non hanno bisogno di poesia. Li impegnano ben altre faccende da sbrigare. Altri appetiti da soddisfare. Hanno assaporato la “canna”.

Eppure, nel mondo di oggi, nella fase che anche la Sardegna sta attraversando, la poesia assume quasi un valore di “necessità”. In quanto rimane forse l’estrema difesa, l’ultimo argine all’incretinimento e alla stupidità dei media. All’abbrutimento dell’alcol e di quanto, effetto collaterale, fa da appendice ai paradisi artificiali.

Fino a non molti anni addietro, è stata anche una lingua“vitale”, la poesia, in Sardegna. Aveva anima. Per chi la scriveva o la cantava, quanto per chi la leggeva o l’ascoltava.

Ma basterebbe appena esaminare, oggi, una sola poesia che si dica “d’amore”, scritta in limba, per rendersi conto che l’autore segue soltanto uno “stampo” pressoché immutato, pietra nel tempo. Per cui verrebbe da dubitare che il “poeta schidionato d’amore” abbia mai conosciuto donna e fuoco, né mai sia stato amante appassionato d’altro tranne di schemi: con tutti i formalismi di un’arcadia settecentesca, irrigidita e perpetuata fino ai nostri giorni perinde ac cadaver.

La lingua ha perduto il suo sigillo. L’anima è volata via. E la donna per la quale il poeta si accanisce a spasimare è soltanto una bambola di pezza: pizzínna de istrátzu….E passione ed emozione, immagine e ritmo si immiseriscono in disincarnate fumosità di genere. Cenere spenta.

Quando poi si vogliano prendere in considerazione anche pochi versi che si pretendano impegnati “nel sociale”, si avverte con un certo disagio, senza possibile conforto, far capolino il retaggio di una certa ideologia tardonazionalista, “barrósa” e inerte. Con l’arte al suo servizio e le lettere a fare da palo. Bene che vada, è la retorica a farsi sentire. Oppure la maestria talvolta strabiliante del verseggiatore: puro gioco virtuosistico, mnemotecnica, numerologia. “Téchne”.

Intimidita e assente, è la poesia a tacere. La sua anima, come da marmo di obitorio, volata via. Eppure… I versi sono lì: “in limba” e ciò non ostante inerti. Nella composta rigidità dei padri.

Parole senza più mistero.

 

Si tratterebbe, ancora, di comprendere finalmente che anche da posizioni diverse e da diverse rive, anche sul gran questionare di limba ci si potrebbe confrontare: senza annientarsi a vicenda. Come fino ad oggi è sempre puntualmente accaduto. Per necessità? Non credo.

Se a partire dall’idiomatico e dal locale un comune percorso “critico” è ancora praticabile, lo stesso dato municipale, regionale della nostra cultura, della letteratura sarda avrebbe quanto meno bisogno di essere re-interpretato e riletto dagli stessi scrittori sardi, narratori o poeti che siano.

Abbandonando finalmente e magari una volta per tutte acritiche e ricorrenti riproposte apotropaiche: rendendo all’impegno e al lavoro dei “maestri” quanto loro è dovuto, quanto loro appartiene. Non è assolutizzandoli come icone il modo migliore, o semplicemente più corretto, di riconoscere loro – alla carne diventata legno – il giusto e non eterno merito che hanno. Una volta ridotti a “santini”, nemmeno i maestri salvano nessuno.

Anche a queste pratiche beatificatorie si tratterebbe di opporsi. Invece di stimolare, sortiscono il solo effetto di addormentare le coscienze, di farle vegetare parassitariamente sul passato, rievocando un giorno ormai trascorso. Di fissarle come farfalle sotto la spillo della tradizione, delle passate rivolte, delle odierne presunte “resistenze”

Le sindromi da stato d’assedio, arroccamenti e fossati, le porte sbarrate e i cavalli di frisia attorno alle mura – quelli di Troia li abbiamo sempre accolti con suono di cembali e bordone -, le appartenenze per escludere, gli integralismi e le rivalse…Altro non sono stati che vane trincee di volta in volta espugnate. Sempre: in quanto la sconfitta l’abbiamo sempre quasi invocata e accettata per poi piangerci sopra. Occorre darsene ragione: in una Sardegna, quale quella attuale, quasi del tutto omologata nell’éthos come nel linguaggio dal tritatutto dell’uni-forme mediatico. E dove il “sardo” com’è adesso, a dirla con Salvatore Satta, è un semplice inquilino di un’isola.

Non sempre la tradizione è una forza. Aggrapparsi ad essa in termini di rimpianto, contrapponendola come arma di difesa dall’altro – sardi/continentali -, ricercare in essa una supposta diversità proprio in quanto “identità”, traduce soltanto debolezza e paure… Noi sardi siamo come i messicani continuamente alla ricerca archeologica della nostra identità. Forse abbiamo paura di affrontare la reale identità nostra di oggi. Così Costantino Nivola in una lettera a Maria Lai del 15 settembre 1984. Non sono trascorsi cent’anni, da questa lettera e da questa data. Si parla di noi: noi oggi.

Il dato “regionale” della nostra letteratura, come della nostra arte, dovrebbe essere reinterpretato dagli stessi scrittori sardi, narratori o poeti o artisti che siano. Una letteratura di nuovo tipo, di nuova “fattura”, per la quale la tradizione non sia soltanto peso morto, rievocazione inerte, macina al collo. In decisa e profonda rottura con tanta scrittura bozzettistica di ieri e di oggi. Una letteratura che sia localissima e insieme universale, tutta giocata sul mezzo espressivo.

Tre esempi per tutti: Il giorno del giudizio di Salvatore Satta, Procedura di Salvatore Mannuzzu e Bellas maripòsas di Sergio Atzeni. Non mi pare di vedere, al momento, altre e inedite invenzioni quanto a linguaggio.

L’esplosione del cosiddetto giallo sardo, non ostante l’indubbio successo di pubblico e di mercato, dopo alcune prove innovative non ha fatto che ripetere un ormai collaudato e stanco “cliché”: stampo, modello fisso, schema. In una parola: stereotipi.

E’ nel linguaggio, nella suggestività del lessico, che le stesse storie “regionali” – per quanto possano appartenere tutte a una zona geografica molto ben localizzabile sulle mappe e nella coscienza, per quel tanto che ne resta – potranno sciogliersi dal qui e dal quando. Svincolarsi dalla temporalità come dalla localizzazione e connotarsi in senso universalistico.

Ed è tramite il linguaggio che riusciranno o meno a diventare, ai due livelli, paradigmi verisimili e validi. Senza dover necessariamente rinunciare, con questo, ai “modismi” tratti dai vari dialetti e dalle diverse province. Diversamente da Atzeni – e appresso a lui tutta una legione -, in Mannuzzu come in Satta il lavoro di innesto rimane tutto interno alla lingua italiana: “tu sei al mondo perché c’è posto” = ses in su munnu ka b’hat lóku”. Eccetera…

Ma tanto in Salvatore Satta quanto in Mannuzzu e Sergio Atzeni, in questo particolare/universale stretti in modo indissolubile, “l’isola” è insieme un universo reale – Nuoro, Sassari, Cagliari – e un universo linguistico del tutto nuovo. Simultaneamente, è un luogo-tempo dell’umanità come di ogni singolo individuo la cui vicenda o la cui storia è raccontata quasi come il riassunto, il “precipitato” del loro giorno sulla terra: don Sebastiano, Valerio Garau, Caterina/Luna… Ma dove la parte preminente spetta alla lingua, spetta alla parola che li dice. Alla parola che mette in luce la tonalità del linguaggio e ne rivela in filigrana la sintassi ellittica di ascendenza quasi classica…

Una “lingua” insomma che, come Satta e Atzeni, sarà necessario indagare e re-inventare anche nelle sue sfumature dialettali e gergali: lessico, idiomatismi, metafore, proverbi eccetera.

Sapendo di poter contare “in loco” – e non per molto ancora – su una sua irrinunciabile memoria.

 

Ci si domanda sovente se per caso non abbiamo commesso anche noi – i “transfughi”– una qualche infedeltà verso noi stessi: andando via. Daremmo ancora tutti i paesaggi del mondo per quelli della nostra infanzia. O, anche, se non abbiamo commesso una sorta di abiura e tradimento quando, con fredda ragione, ciascuno di noi ha deciso di essere semplicemente uno scrittore sardo di lingua italiana.

Neppure ci nascondiamo, nel cuore, che avremmo preferito, forse, continuare a scrivere e a pensare nella più congeniale lingua di Cervantes o di Machado o di Hernández: così più affine e tanto più capace di “tradurre” il nostro mondo emotivo, la forza e la furia del sentimento… Piuttosto che venire dirottati a caso e tradotti, dopo secoli, senza chiederci il parere o domandarci il “permesso”, in una lingua saltuariamente innestata da genovesi e pisani. E che, da quel momento, lentamente avrebbe permeato la scrittura dei nostri massimi autori. Fino ai nostri giorni.

Inutile recriminare su quanto poteva essere e non è stato. Andò com’è andata, tra i diversi “possibili”, al mercato della vacche magre. Nel secolo dei “Lumi”…

Da allora, la nostra cultura si è potuta salvare per lo più “fuori” dell’Isola, grazie allo stillicidio degli emigrati, degli esuli, degli espatriati, dei dispersi. Vivendo normalmente di vita grama. Nell’isolamento e nel sospetto: i ”rinnegati” in patria, passarono in genere da “sovversivi” nel mondo estremo che li aveva accolti: basterebbe pensare a Giorgio Asproni, a Gramsci, a Lussu. Tra gli altri.

Da allora, non c’è stato forse scrittore “sardo” di una qualche importanza che abbia sentito il bisogno di ricorrere o ritornare alla madrelingua nella sua scrittura. Da Domenico Alberto Azuni, che scrive in francese – Essai sur l’histoire géographique, politique et naturelle du Royaume de Sardaigne, 1798 – al Salvatore Satta de Il giorno del Giudizio, 1979…

Per arrivare ai “novissimi” del cosiddetto rinascimento sardo i quali, peraltro, solo surrettiziamente e non sempre a proposito hanno preso il vezzo di introdurre nel contesto italiano della loro scrittura lemmi o intere frasi o idiomatismi in limba. Quasi a voler esibire, con questo, una patente o professione di “sardità”. Di cui peraltro non avrebbero bisogno. E salvarsi l’anima.

Ciò non ostante, e comunque la si voglia girare, si è tutti scrittori “di lingua italiana”, interni a una storia della letteratura italiana. Dal momento che, viceversa, la connotazione di “scrittori sardi”, prosatori o poeti che siano, spetterebbe di diritto solo a quanti nella loro scrittura ricorrono esclusivamente alla madre-lingua sarda. Esemplificando e per dirne uno, forse il maggiore: Benvenuto Lobina, con Terra, disisperada terra, poesia 1974, e Po cantu Biddanoa, romanzo riscritto in italiano e stampato con testo a fronte, 1987 e 2004. Punto.

Del resto, a guardare altrove, non c’è stato scrittore o pensatore irlandese – da Swift a Shaw a Wilde a Yeats eccetera – che abbia fatto anche sporadico ritorno al gaelico. Eppure, sicuramente, l’apporto sovente “idiomatico” che questi transfughi hanno dato alle rispettive lingue di adozione, alla loro “lingua seconda”, non sono state schegge.

Con questo: amarono meno intensamente, i devianti, lingua materna e terra dei padri? Oppure: rimossero e dimenticarono… Punto di domanda.

Si potrebbe rispondere per associazioni con i versi di Antonio Machado. Questi:

Escriberé en tu abanico:
te quiero para olvidarte,
para quererte te olvido.

Non tanto di lontananze nel tempo o separazioni geografiche si trattava e si tratta, quanto di differenti osservatori mentali. Ma non contrari. Nelle diaspore, è risaputo, la lingua resiste, si conserva incontaminata e per così dire si “salva”. Conservatore è allora chi custodisce e preserva un “valore, così come “reazionario” è chiunque re-agisca agli sfaceli. Mi annovero tra questi. A tre passi di distanza, – de lonh - l’occhio coglie meglio l’insieme.

Separati oltre che dalla propria terra anche dalla lingua materna, non potevamo che conservare e reagire. Senza peraltro abbandonare al suo destino una cultura e un paese che ci intestardivamo a sentire anche nostri. Non ostante tutto. Al di là degli abomini che vi si perpetravano. Non ostante il fondato dubbio, ad ogni rientro confermato, che quanti erano rimasti – i cosiddetti sardi-di-dentro, i residenti, gli stanziali – non ci avrebbero restituito questo mondo così come l’avevamo conosciuto. Così come l’avevamo lasciato. Semplicemente, non si annoveravano, loro, tra i conservatori e i reazionari. Loro progredivano…

Tuttavia, dal momento che per noi come per loro, per chi parte come per chi rimane, si è trattato di una scelta e non di una “fatalità” – come geneticamente amiamo tanto pensare -, oggi più che mai non mi parrebbe del tutto compromesso o impossibile il confronto. Sia pure da diverse ma non per questo irriducibili posizioni. Ci ritroviamo su opposte rive: ma stesso è il fiume. E’ ancora possibile tentare di risalirlo insieme?

Se uno dei nomi dell’intelligenza, della ragione, fu da sempre non la certezza fideista bensì il dubbio, il profondo disagio che ci accomuna per una terra sempre più desolata dovrebbe indurci in tentazione. Oltre i veleni, i rancori, tentare…

Sia pure in condizione “storiche” diverse, altro tempo altrove, altre sponde e differenti approdi, qualche miracolo è accaduto. E anche a noi avrebbe da raccontare. Fatte salve le diversità e le sproporzioni del caso, si pensi all’inesausto tra-veleni confrontarsi e dialogare a distanza della cosiddetta generazione rumena del ’27: Mircea Eliade e Eugene Ionesco – ancora Ionescu, allora -, Emil Cioran e Constantin Noica. Paul Celan per intervalli luminosi…

Perché non tanto e non solo di un ritorno o meno all’originaria condizione “matria” e idiomatica si tratta. Di rifluire o meno dentro le correnti disseccate della cultura nativa annegata nelle salamoie di una ipotetica e ingegneristica neolingua. Pasticciata a tavolino dai “consigliori” della giunta regionale Soru. E imposta per legge il 18 aprile 2006 come Limba sarda comuna.

Si tratterebbe, piuttosto, di verificare gli strumenti che si maneggiano più ancora dei “contenuti” che vengono proposti. Si tratta in fin dei conti di sapere “come” contenuti e strumenti espressivi vengano proposti o ri-proposti e usati. Tagliando corto, di sapere si tratta se lo scrivere in Limba sarda comuna diventi infine scrittura indipendentemente dalle personalissime scelte idiomatiche che si perseguono. Secondo inclinazioni e gusti naturali di ciascuno. E finalmente, secondo la lingua “locale” di ciascuno. Punto.

Esemplificando: Terra, disisperada terra scritta da Benvenuto Lobina nel “suo” dialetto del Sarcidano è poesia struggente. Ed è bella in questo e non un altro dialetto. Lo sarebbe ancor meno se piallata dalla “sarda comuna”.

Viceversa, i testi “poetici” con i quali Il Messaggero sardo – sedicente “Mensile della Regione Autonoma della Sardegna per i Sardi nel mondo”, Taxe perçue – attosca mensilmente i “sardi-di-fuori”, sono semplicemente un abominio.

Eppure, l’ottava è lì. La battorína è lì. L’undighína è anch’essa lì, al suo posto, con le carte in regola. E tutto è lì: in limba. Manca appena e soltanto un’inezia: l’anima della lingua!…

E questo per il semplice fatto che il completo possesso di una lingua non si limita ad apprendere o trasmettere ex cathedra ed ex lege un insieme di “parole”. La si conosce quasi biblicamente, una lingua, soltanto quando si sia in grado di tradurre in essa “se stessi”. Fecondarla. E così perpetuarla trasmettendola nella vita dei giorni. Questo, un tempo, avveniva in famiglia.

Nel quotidiano commercio della parola con gli altri.

 

Quasi sempre a sproposito, sulla “quistione” della lingua si è strattonato anche Gramsci, chiamandolo in correo a suffragare con le sue parole le stregonesche alchimie linguistiche delle quali, quasi certamente, non era responsabile. Ma vediamo.

E’ in una lettera dal carcere di San Vittore del 26 marzo 1927 alla sorella Teresina che Gramsci accenna alla lingua sarda. Fuori da glosse interessate e adulterazioni, ecco le sue parole:

“… Franco mi pare molto vispo e intelligente: penso che parli già correttamente. In che lingua parla? Spero che lo lasciate parlare in sardo e non gli darete dei dispiaceri a questo proposito. E’ stato un errore, per me, non aver lasciato che Edmea, la bambinetta, parlasse liberamente in sardo. Ciò ha nociuto alla sua formazione intellettuale e ha messo una camicia di forza alla sua fantasia.

“Non devi fare questo errore con i tuoi bambini. Intanto il sardo non è un dialetto, ma una lingua a sé, quantunque non abbia una grande letteratura, ed è bene che i bambini imparino più lingue, se è possibile. Poi, l’italiano, che voi gli insegnerete, sarà una lingua povera, monca, fatta solo di quelle poche frasi e parole delle vostre conversazioni con lui, puramente infantile; egli non avrà contatto con l’ambiente generale e finirà con l’apprendere due gerghi e nessun lingua: un gergo italiano per le conversazioni ufficiali con voi e un gergo sardo, appreso a pezzi e bocconi, per parlare con gli altri bambini e con la gente che incontra per la strada o in piazza. Ti raccomando proprio di cuore di non commettere un tale errore e di lasciare che i tuoi bambini succhino tutto il sardismo che vogliono e si sviluppino spontaneamente nell’ambiente naturale in cui sono nati: ciò non sarà un impaccio per il loro avvenire”. [sottolineature mie].

Fin qui Gramsci: l’internazionalista. Non nazionalista. Men che meno separatista…

Dunque: lingua “succhiata” in casa, non malamente appresa a scuola. Dunque: due gerghi e nessuna lingua né sarda né italiana. Il che è quanto è accaduto. Dunque: né asserragliamenti in una sola lingua né in una sola cultura.

Vedeva ben lontano, dietro le grate di una galera, il gobbo di Ales… E tuttavia la sua quasi profetica “mise-en-garde” poco è servita a salvaguardarci dal tracollo linguistico in cui ci troviamo. Di che sarebbe corresponsabile con gli “spezialist” della comuna?

Vengo a sapere solo adesso che Limba sarda comuna è sbarcata trionfalmente anche all’università di Cagliari. “La lingua sarda si fa strada anche in ambito accademico”, si felicita titolando da par suo il nostro “Messaggero di imbonimenti per i sardi nel mondo”. La facoltà “pioniera” di Scienze politiche spalanca i battenti a un corso di Diritto del lavoro: in italiano la mattina, in sardo la sera.

Ben cinque crediti formativi per gli studenti che superano l’esame: l’esca è appetitosa. Abboccheranno.

“Al contrario di quello che si potrebbe pensare – ci viene garantito – non c’è niente di folcloristico in questa iniziativa”. Non c’è da dubitarne: lungi da me il proposito di sbeffeggiare un obiettivo così serio, per giunta paludato di diritto, quale quello di “abbattere il provincialismo della cultura”. Come no?… Bónu próe.

Dal diritto alle lettere, la mia irriducibile vocazione a perdere i giorni mi fa sperare anche in futuri seminari e corsi in limba su Essere e tempo oppure sui Commenti alla poesia di Hölderlin di Martin Heidegger. Né mi dispiacerebbe una serie di accademiche “lectiones magistrales”, sempre in limba s’intende, su La trahison del Clercs di Julien Benda. Per quanto già esistano da sempre frequentatissimi corsi accelerati in lingua italiana…

Chiudendo questa festosa parentesi e riprendendo il meno allegro discorso di prima, la lingua sarda in quanto ingegneria di “esperti” e in quanto apprendimento scolastico, finisce col trasmutarsi in gergo inerte: corpo morto da approntare per obitori burocratici e necroscopie di filologi.

Colata artatamente in uno stampo che non le è congeniale, qualsiasi scrittura – prosa o poesia che voglia essere – resiste refrattaria e si nega. Entra in crisi di rigetto. Come pretendere di soffiare vita in un organismo inerte e freddo?… Tenere sempre a mente la profezia del gobbo:

Due gerghi e nessuna lingua.

 

Occorre pensare e parlare “in sardo”, se si pretende, anche, scrivere “in sardo”. In quanto differenti sono i processi mentali linguistici e strutturali, tra la lingua italiana e la lingua sarda. In breve: non si tratta semplicemente di “tra-durre” da una lingua all’altra. Dizionario a portata di mano.

Si tratta, allora, se del caso si voglia fare poesia, di pensare un linguaggio poetico re-inventandolo nella lingua. Il che non vuol dire stravolgerla fino a renderne quasi irriconoscibili i connotati. Si tratta di farlo “come inedito”. Carico di allusioni semantiche, ambiguità, rimandi, associazioni, riferimenti. E perché no?, anche colti! …

Dunque, una letteratura di nuovo tipo, in decisa e profonda rottura con tutte le costrizioni metriche che ci siamo trascinati da secoli, come le nostre catene. Facendo schiattare anche la gabbia dei temi fissi della poesia da palco che ancora come tra sbarre rinchiude.

In breve, una “scrittura” localissima e a un tempo universale. Enigmatica nei significati e tutta giocata sul “mezzo” espressivo. Il Signore di cui è l’oracolo in Delfi – scriveva Eraclito – non dice e non nasconde: significa.

E’ nel linguaggio, nella soggettività come nella novità del lessico che qualsiasi contenuto regionale può essere sciolto e liberato dal ”qui” e dal “quando”. Dalla temporalità come da una precisa localizzazione. E connotato in senso universale: il villaggio è mondo. Per quanto un tale “grumo di materia”, linguisticamente possa appartenere a una zona geografica molto ben localizzata sulle mappe come nella coscienza di chi scrive.

E’ anche invenzione e straniamento, allontanamento e ritorno, il friulano di Pasolini, il marchigiano e il medievale romanzo di Scataglini, il milanese di Loi. Parrebbero buoni e fidati compagni di strada: amor de terra lonhdana, come catava Geoffrey Rudel, amor de lonh… Tornando a sé, dopo lontananza e straniamento, tornando al “manque” : “se canta lo que se pierde”- kantàmus su ki perdímus.

In assenza del quale “manque”, forse, i trovatori stessi avrebbero trovato ben poco. Inventare, allora, anche per noi, altro non è che “trobar”.

Non si può risalire altrimenti, se non da qui, la china. Soltanto se si intuisce questo soffio che trasforma l’argilla in carne e sangue, la nostra lingua è destinata, anche nella scrittura, a parlare. A ridisegnare e descrivere un “suo” mondo animato e vivo. Insisto, animato e vivo: non solo artificialmente mantenuto in quasi-vita dai sondini e dalle pompe di una comatosa ingegneria linguistica, funzionale forse soltanto alla polverosa burocrazia delle cancellerie regionali.

Grammatiche e dizionari, algarabíe linguistiche arrivano sempre “dopo”. Troppo tardi, sempre, kei sos kúkkos a s’iskurikkáta, come i gufi al calare della notte. Allora, queste epifanie del tramonto non significano altro che questo: che la luce se n’è già andata scivolando, col sole, dietro le colline. Quando il vivente si abbandona alla notte.

Non si può risalire diversamente la china… Se il linguaggio è la casa dell’essere, la letteratura è il paese della lingua – come sosteneva Sergio Atzeni – e quello che si fa in letteratura è manipolare la lingua a fini di comunicazione. E’ la scrittura che rende “nobile” una lingua – ribadiva Sergio in una intervista -, per quanto spuria e plebea…

Se il linguaggio è vita che vive, non soltanto muto dizionario, non comprendendo questo, vorrà dire che il nostro raccontare come il nostro fare poesia in limba è bell’e morto. Che non siamo più in grado né di inventare una favola né di ritrovare la felicità e il gusto della parola e del racconto. La loro luce, il loro mistero.

“Se qualcuno pensa o vuole scrivere quindi romanzi in sardo, capaci di sfidare il tempo e affascinare i futuri, perché non lo fa? Cossu e Lobina hanno provato, la strada è aperta. Ci si vuole misurare creando misture fra saggio e racconto? Pira ha provato, la strada è aperta. Signor qualcuno, se esisti, regalaci il capolavoro. Ti applaudiremo”. Così ancora Atzeni, in un articolo del 1995.

Di qui, mi pare, nel perdurante silenzio di “Signor qualcuno”, tutto il ricorrere di oggi ai prestiti, ai mutui insolvibili, alle traduzioni: racconti baschi o boemi o slavi che siano. Per di più, tradotti – ortátos?!… – in una lingua da fare inorridire. Si arriva fino al grottesco ri-traducendo anche Canne al vento in sardo. Lodevolmente rimediando con questo alla notoria incapacità della Deledda di scrivere d’acchito nel suo purissimo nuorese che, forse, neppure era in grado di parlare…

Prestiti e ri-traduzioni nelle fasullaggini di una Limba che tanto tedia e deprime. Una lingua come questa, di tristissima e miserevole fattura, non potrà altro che “clonare” e perpetuare nelle scuole – e chi mai potrà insegnare agli insegnanti? – le macerie di riporto di un una terra anche lesssicalmente devastata.

Per le osterie letterarie dell’avvenire.

 

Nuovo mattino cercasi per un’isola che ha bisogno di cambiare…

“Esiste ancora una condizione sarda, modi di essere e concepire il mondo?” – mi scriveva anni fa una dolcissima amica. Ne dubito: quasi del tutto abrasi e distrutti i modi di “essere” e “concepire”. O almeno: non più di quanto ancora sussistano modi di essere e concepire il mondo nelle danze apotropaiche degli ultimi maori della Nuova Zelanda…

Monsieur-le-Capital e Madame-la-Marchandise hanno ben saputo livellare il globo alla scala planetaria. Sono per un universo omologo e stazionario, loro.

Ormai da tempo costretti al silenzio e alle mosche, nei nostri paesi, i vecchi. Si chiude nel mutismo ogni loro sapere. Oppure ingalerati anche da noi, i vecchi, negli ospizi e munti ancora alla goccia estrema come “sussidiati d’accompagnamento”. Limoni spremuti nell’attesa del cassonetto. Sovente muoiono solitari dentro casa, senza che il vicino se ne accorga. Alla “parola” che avevano da dire, è stata staccata la spina.

Non è un paese per vecchi, il nostro. A loro, come ai poeti, si può tranquillamente anche sparare per strada, se appena azzardano un rimbrotto a quattro baléntes che bardaneggiano il motorino di un turista.

Quanto a lui, il rampollo della matriarcale famiglia, non dice e non racconta. Non trasmette: ripetitore entrato in zona d’ombra. Per lui parlano le antenne.

Incollato dalla prima colazione al teleschermo acceso col cervello spento, mai più a ruzzare nei vicoli, pitonato da veline e troniste, eroi di cartapesta film dell’orrore e realtà virtuali a gogò, il balénte post-moderno ha smesso da tempo di ascoltare, vedere, odorare, tastare. Dei quattro sensi non sa che farsene. Ha assaporato la canna. E quanto l’ha seguita.

Saturo di etere e polpette televisive, si muove a suo agio, sa tutto di cellulari e marchingegni al silicio, di moto e fuoristrada. Traffica già con digitale terrestre e decoder. Privilegiato precursore!… Ha finito con inghiottirlo l’immagine del nulla.

E quand’anche per grazia ricevuta questo ragazzetto al gel desiderasse o si risolvesse ad ascoltare – che cosa poi che non sia discorso fatico o silenzio – non troverebbe più un vecchio a portata d’orecchio, non disporrebbe più di un adulto ancora disposto o in grado di raccontargli e tramandargli kóntos . Inventare favole per lui…

Amargúras… Scrivo questa “complainte” per troppo dolore e forse troppo amore: non per meno.

Continuo ancora a gridare amarezze alle porte sprangate alle case vuote ai vicoli deserti alle finestre spente l’eterna domanda di Quevedo: “¡Ah, de la vida!… ¿Nadie me responde?”.

Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine.
“These fragments I have shored againts my ruine”.

 

Giovanni Dettori

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