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mercoledì, 30 maggio 2007

Come riconosci un poeta?

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La Sardegna per me è sempre stata “una regione della mente”. Mi spiego. Ehi, lo so che esistete davvero, non sbagliamoci! Semplicemente, anni fa leggendo “Sogni artici” di Barry Lopez, il capitolo intitolato La regione della mente contribuì non poco a farmi fare con decisione alcuni passi, nella mia maturazione di scrittore, che avrebbero certamente richiesto più tempo: stavo esplorando, come sempre da solo e senza timore di varcare gli orizzonti – ma quella compagnia fu preziosa. Lopez a un certo punto scrive: “è difficile conoscere individualmente i diversi territori della terra. È difficile intavolare un dialogo con loro come lo è intavolarlo con gli animali selvatici. I complessi sentimenti di affinità e sicurezza che si provano per il proprio luogo natale si sviluppano molto raramente in territori diversi”.

Anch’io sono nato in un territorio: ma probabilmente in un tempo che non era il mio e così il “mio luogo natale” è sempre stata la musica delle parole, e il suono. Il Viaggio. Quando sono venuto a Seneghe nel 2006 assieme a mia moglie Cristina Donà, ben consapevole di rischiare molto davanti alla penetrante curiosità e intelligenza dei nativi di lassù, ho tenuto fede proprio a questo: la poesia viaggiava e doveva dire quello che doveva dire del mio luogo natale – le stelle.

Pochi mesi prima ero rimasto alcune settimane assieme a una famiglia Inuit sull’Isola di Baffin e l’amicizia con Meeka Kilabuk, una donna che ha vissuto mezzo secolo di una storia difficile di rapporti tra territori lontani come il mondo artico del suo popolo, una volta nomade e oggi chiuso nelle scatole chiamate case, sviluppatasi per corrispondenza nell’anno precedente, mi ha insegnato molte cose a proposito del legame di “sicurezza e affinità” che si sente per la propria terra. In questo legame la poesia della vita si esprime con brevi annotazioni nelle quali risuona a lungo l’eco del territorio. Come a Seneghe.

Meeka e io continuiamo a scriverci e siamo fonte di continua meraviglia a vicenda: le cose per ognuno di noi normali, sono per l’altro fonte di gioia e stupore. L’ultima di Meeka è stata la domanda, spiazzante: “Come riconosci un poeta? Perché io non so cos’è un poeta…”. Ma con una donna Inuit, come con un nativo di ogni terra che ancora pulsa forte nelle fibre e negli occhi – ad esempio come per gli abitanti di Seneghe che ho incontrato l’anno scorso – la poesia è un fatto della vita.

Mi spiego meglio: qui, nel paese di montagna delle Orobie dove vivo, come in ogni luogo che ha subito la furia del cosiddetto progresso, lassù tra gli Inuit, come pure in mezzo agli yukoner delle lande boreali artiche dello Yukon dove mi sono incamminato per ascoltare i vagiti dell’immaginario del Grande Nord di Jack London – in questi territori, le affinità e la sicurezza delle stelle mi fanno capire cos’è la poesia ma non è mai possibile spiegarlo. Perché è un fatto della vita.

Meeka mi scrive le sue corrispondenze e mi spiega dello stufato di caribu (ah, che carne favolosa) e dei –47 gradi, sapendo che amo il freddo e il ghiaccio a perdita d’occhio della tundra artica, una donna di quasi 60 anni che però è poetica come un bambino che ti racconta la propria vita partendo dai piccoli fatti che la rendono vita, e che alle tue orecchie sono poesia.

E allora, come si riconosce un poeta? Io non lo so, così a Meeka ho deciso di risponderle semplicemente che è in genere un essere umano e che negli occhi porta con sé la propria vita quotidiana senza offrirla all’altare del sacrificio richiesto dalla schizofrenia di questo mondo che da una parte ci promette, dall’altro ci toglie il terreno sotto i piedi. “Proprio per questo, Meeka, è più facile riconoscere chi non ha la poesia: sono quelli che guardano lontano dalla vita, che distolgono lo sguardo, che misurano i tuoi passi per capire come toglierti il terreno sotto i piedi”.

Cosa ha detto lei? “Grazie – adesso la prossima volta che mi presentano qualcuno dicendomi che é un poeta non proverò più l’imbarazzo di non sapere cosa dire”. Grazie Meeka. Grazie ai vagabondi delle stelle infaticabili che ogni giorno trasportano pesanti sporte di stelle e le versano sotto forma di poesia nelle nostre anime.

Davide Sapienza

www.davidesapienza.net

 
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