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domenica, 6 settembre 2009

Seneghe, cultura fatta a mano

Le filastrocche di Tognolini, l’Odissea smontabile dei ragazzi, le voci preziose nel cassetto di Radio Sardegna: sono alcune pagine del Settembre dei Poeti che oggi si chiude a Seneghe con il progetto di Paolo Fresu e Lella Costa sui versi di Atzeni e il recital di Ascanio Celestini Meno finanziato del solito ma sempre più benvoluto, l’appuntamento culturale del Montiferru sogna di ingrandirsi.

 

Ce n’è dappertutto, di ogni tipo. Ci sono quelle colorate, appese ai muri di trachite o penzoloni dai tetti col loro vezzoso triplice bordo di tegole. Ci sono quelle riscoperte negli archivi di Radio Sardegna e quelle che fioriscono spontanee tra i tavolini dei bar. Filastrocche, poemi, rime, stanze, sciolte o a pacchetti: le poesie – più che la poesia – sono ancora una volta le protagoniste del Cabudanne seneghese.

Quinta edizione del festival letterario del Montiferru: di certo la meno finanziata, forse la più simpatica nella storia di questo piccolo, pregiato accadimento culturale sardo. Oggi si chiude, e si chiude con nomi sonori come quello di Paolo Fresu e tendenze poetiche di razze diversissime come quelle di Lella Costa e Ascanio Celestini. Più nel dettaglio, il programma annuncia che stamattina alle 11 Alfio Antico, uno dei maggiori interpreti europei della Tammorra, racconta e suona la poesia popolare siciliana. Paolo Nori, scrittore emiliano e ormai cittadino onorario di Seneghe, entusiasta sostenitore di queste «giornate di cultura fatta a mano», alle 16.30 racconta e legge il poeta russo Chlebnikov, mentre alle 18 la giornalista e poetessa libanese Johumana Haddad racconta la condizione femminile nel mondo arabo. Alle 20, nella piazza dei balli, appuntamento con Celestini, che presenta un recital di racconti e poesia, poi ecco l’ultimo dei diari seneghesi di Paolo Nori e – in conclusione di serata e di festival – Lella Costa e Paolo Fresu presentano un progetto inedito, pensato per il Cabudanne di Seneghe e dedicato a Versus, la raccolta di poesie di Sergio Atzeni.

Eppure non è detto che tutto il dolce di questo festival sia sul fondo dell’ultima giornata. Almeno a sentire l’entusiasmo dello scrittore Flavio Soriga, direttore artistico, e del suo collega e complice Paolo Nori, felici come ragazzini per i laboratori che hanno coinvolto i giovanissimi del paese. L’esperimento teatrale li ha visti salire sul palco e con pochissimi giorni di prove alle spalle smontare l’Odissea e riassemblarla – tra gli applausi – in versione italosarda e formato short. E il laboratorio musicale, con la trasposizione in note di una poesia di Rimbaud, è piaciuta tanto ai seneghesi stanziali e a quelli occasionali che ieri Soriga parlava della necessità di allungare il calendario del Cabudanne, per farci stare l’entusiasmo dei sostenitori. Quella trama di amicizie tessuta negli anni dall’appuntamento culturale stavolta lo ha tenuto a galla, dopo la sforbiciata ai contributi da parte della Regione – in verità unico caso nel panorama degli avvenimenti culturali sardi.

Tra gli amici del Cabudanne va citato il grande Franco Loi, il maggior poeta milanese, che negli anni si è trasformato da ospite in nume tutelare e anche in questi giorni gira per Seneghe portando il suo sorriso elegante da un incontro a una lettura. E a Seneghe ha sorriso spesso anche il pur timido Giulio Angioni che venerdì, intervistato da Tore Cubeddu, presentava i suoi versi bilingui, scritti ora in italiano e ora «nella lingua del mio primo mondo, nel Sardo che parlavo in quella mia infanzia così più simile a un’infanzia nuragica che ad una contemporanea». La Catastrofe, il mutamento repentino di un mondo e delle sue coordinate culturali, è da sempre al centro degli interessi di Angioni, come antropologo e come scrittore. Anche la sua poesia non può che occuparsene, eppure in un pomeriggio luminoso di settembre anche i versi che raccontano in trexentese mondi scomparsi e catastrofi individuali hanno una musica che minaccia.

I mondi culturali che invece non tramontano, non naufragano, spuntano nel “Canto scaltro”, il magistrale film documentario di Michele Mossa e Michele Trentini proiettato in piazza Mannu davanti a un pubblico fitto e attentissimo. Sullo stesso palco poco prima Bruno Tognolini, accompagnato da Massimo Arcangeli, mostrava i ferri del mestiere di poeta e scrittore per ragazzi. Le rime? «Sono le fate rabdomanti che ti fanno dire quel che non sapevi di voler dire». Il ritmo? È tutto, è quello che si va a cercare nell’uterone delle discoteche, è quella nostalgia amniotica che ti fa ascoltare e seguire chi sa scandire, chi sa ritmare. Soprattutto se quel ritmo lo fa ballare nelle filastrocche, «che sono i cuccioli delle poesie».

Dai cuccioli agli antenati, ieri mattina c’è stato il tempo per un bell’omaggio a “Radio Brada”, la progenitrice di Radio Sardegna. È stato Romano Cannas, direttore della sede Rai della Sardegna, a rievocare un’epopea di comunicazione e libertà nata in una grotta di Bortigali con il ritiro delle truppe tedesche dall’Isola. Quegli uomini in grigioverde che dall’8 Settembre devono mutarsi da soldati in giornalisti, quell’imperativo della libertà e quasi dell’irriverenza, dopo gli anni plumbei e paludati dell’Eiar, quel potere e quella responsabilità di connettere l’Isola alla Penisola ed entrambe al mondo libero: sono i capitoli di una storia bella e coinvolgente che poi è stato Giovanni Sanna, un altro protagonista della Rai sarda, a connettere saldamente alla poesia. Lo ha fatto facendo ascoltare ai seneghesi la voce di Grazia Deledda, che racconta la sua vocazione alla parola che racconta. E poi la voce sottile di Emilio Lussu e quella calda di Michelangelo Pira, il timbro solido di Peppino Marotto e la cadenza ibrida di Maria Carta, con l’accento logudorese che fa capolino sotto il romanesco che accompagnò il suo radicarsi nella capitale, come artista e come militante del Pci. Voci di intellettuali, artisti e leader scomparsi, voci che riappaiono una mattina di tarda estate ed emozionano chiunque le ascolti. La radio, quando si mette d’accordo con la poesia, fortunatamente combina di questi scherzi.

 
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